Dal linguaggio alle lingue
Il dono della parola
Il linguaggio è una capacità cognitiva propria degli esseri umani i bambini apprendono la lingua genitoriale naturalmente, senza particolari istruzioni, stando semplicemente a contatto con essa. Imparano le regole della comunicazione verbale o Gestuale grazie a una particolare struttura cerebrale e a specifici meccanismi psicologici.
Il linguaggio una prerogativa del genere umano.
A differenziare in modo sostanziale il linguaggio dalle altre forme di comunicazione impiegate nel regno animale è la possibilità di produrre un numero illimitato di enunciati differenti. Ogni essere umano può costruire frasi sempre nuove, mai pronunciata in precedenza, e ognuno è in grado di crearne un'infinità. A differenza delle forme di comunicazione animali, il linguaggio si fonda sulla parola e sulla sintassi. Combinando i suoni i vocaboli e le parole in frasi (secondo le regole della sintassi grammaticale) l'uomo può esprimere una quantità illimitata di pensieri con una velocità e una precisione che nessun'altra forma di comunicazione naturale riesce ad eguagliare. Il linguaggio è apparso perché la lingua, la bocca, il sistema uditivo, le strutture e i meccanismi cerebrali che, all'epoca dei primi ominidi, controllano la produzione e la percezione linguistica nell'uomo, hanno subito una considerevole evoluzione.
L'uomo è geneticamente predisposto a imparare il linguaggio. In altri termini l'apprendimento della lingua avviene in modo istintivo. Naturalmente, è necessario un contesto linguistico e sociale affinché tale capacità si esplichi, ma, indipendentemente dall’idioma e dall'ambiente socioculturale in cui sono esposti, i bambini imparano tutti la lingua genitoriale con gli stessi ritmi.
I fenomeni psicologici inerenti al linguaggio.
Percepire le parole sembra facile. Eppure, l'analisi dettagliata del segnale acustico corrispondente rivela un fenomeno complesso continuo, soggetto a semplici variazioni. La comprensione del significato delle frasi presuppone la conoscenza di un numero finito di regole che consentono di elaborare infinite proposizioni. La produzione di una frase richiede molteplici fattori: il controllo degli organi fonatori nonché la pianificazione, la realizzazione fonologica delle parole e l'organizzazione dell'enunciato sotto forma lineare. Parlare significa esprimere e trasmettere significati. Poiché il linguaggio è la parte più accessibile del pensiero, la rappresentazione semantica di una frase rispecchia l'organizzazione mentale dei concetti.
La psicolinguistica - disciplina a metà fra la linguistica e la psicologia cognitiva - si propone di chiarire i meccanismi psicologici che sono alla base della percezione e di comprendere l'elaborazione mentale del linguaggio. A tal fine si può avvalere della neuropsicologia, che contribuisce, analizzando i fondamenti biologici del linguaggio, allo studio di tale facoltà mettendo a disposizione le conoscenze più avanzate sul funzionamento del sistema nervoso.
Il divario fra l'uomo e lo scimpanzé non risiede nel linguaggio in sé bensì nella capacità degli individui di creare frasi all'infinito. Lo confermano due dati sperimentali: innanzitutto le scimmie antropomorfe non sono in grado di imparare - e quindi di utilizzare - una qualsiasi lingua parlata dall'uomo, in secondo luogo i processi di apprendimento del linguaggio parlato nei bambini udenti e di quello gestuale nei piccoli sordomuti sono assolutamente analoghi.
Perché le scimmie non parlano?
All'inizio degli anni Cinquanta, negli Stati Uniti (ma anche in Germania e in Unione Sovietica) alcuni ricercatori hanno provato a insegnare a parlare alle scimmie antropomorfe Vicky, uno scimpanzé femmina, è stata adottata da una coppia di studiosi americani e allevata in maniera identica al loro figlio. Fin dall'inizio il cucciolo e il bambino sono stati trattati nello stesso modo e hanno condiviso lo stesso stile di vita. Ciononostante, a un certo punto il bambino ha iniziato a parlare mentre Vicky non è riuscito a fare altrettanto. Era in grado di comprendere solo un numero limitato di parole e non ha mai prodotto il benché minimo suono assimilabile ad un vocabolo. Tale fallimento è stato ricondotto l'incapacità dello scimpanzé di controllare i propri organi articolatori.
In seguito, altri ricercatori hanno provato a insegnare agli scimpanzé sistemi di comunicazione diversi, gestuali o simbolici, tali esperimenti hanno suscitato un vivo interesse, poiché in passato si riteneva che il linguaggio umano, benché decisamente più complesso, non presentasse una struttura differente nella sostanza, dagli altri sistemi di comunicazione, ma forse semplicemente il risultato di uno sviluppo graduale superiore da un punto di vista quantitativo.
Così negli anni Settanta i Gardner hanno cominciato a insegnare a Washoe un altro scimpanzé il linguaggio gestuale dei sordomuti dopo un lungo periodo di apprendimento era in grado di produrre solo alcune serie ripetitive di segni come per esempio: «ancora dammi, ancora tu, per favore frutto, ancora tu dammi frutto, dammi ancora, dammi frutto, dammi, Roger»; essa ha dimostrava così chiaramente di riuscire a comunicare con gli uomini e di desiderare un frutto. I bambini però non producono mai enunciati di questo tipo, poiché fin dall'età di tre anni utilizzano nozioni sintattiche di tipo basilari per elaborare frasi corrette, formulare richieste e domande o esprimere negazioni. Ancor più deludente si è rivelato il fatto che Washoe non abbia mai usato il linguaggio dei segni per comunicare con i suoi simili.
Se le scimmie non riescono ad assimilare il linguaggio umano, rivelano però notevoli capacità nell'apprendimento di una comunicazione simbolica, seppure finalizzata esclusivamente alla richiesta di cibo o di un contatto sociale, di conseguenza, la differenza fra l'uomo e i suoi cugini più prossimi e qualitativa: «non si tratta di qualcosa in più o in meno» - scrive Noam Chomsky - «ma di un sistema di organizzazione intellettuale diverso».
Il linguaggio dei sordomuti
Venendo meno l'udito, il linguaggio si sviluppa comunque, utilizzando il modulo visivo: diviene gestuale invece di essere parlato. I gesti utilizzati – i segni – differiscono da quelli che accompagnano il linguaggio verbale, poiché ognuno di essi è impiegato in modo consapevole e sistematico per esprimere un significato.
Negli ultimi trent'anni gli studi condotti da Klima e Bellugi sulle lingue dei segni in particolare la ASL [American Sign Language] hanno consentito di rivelare la complessità della loro struttura lessicale, sintattica e semantica. Del tutto analoga a quella delle altre lingue parlate. La ASL è completamente diversa dall'inglese, di cui non costituisce affatto – contrariamente a quanto si potrebbe supporre – una variante gestuale. Infatti, presenta un proprio sistema lessicale e un proprio modo di rappresentare i concetti semantici e di combinare le parole secondo precise regole grammaticali. In alcune situazioni I sordi possono ricorrere alle “mimiche” ossia a gesti “non linguistici” simili a quelli che accompagnano le conversazioni degli udenti. Ma i sordi che usano i segni operano una netta distinzione fra i segni della lingua e le «mimiche». Persino i neologismi, pur traendo spesso ispirazione dalla mimica, si conformano rapidamente alle norme della comunicazione gestuale. Pare quindi che la lingua dei segni possegga la stessa peculiarità delle lingue parlate: la possibilità di produrre un numero infinito di enunciati a partire da un numero finito di segni e regole.
Quando apprende il linguaggio, il bambino sordo si comporta in maniera analoga a un coetaneo udente. Se un individuo sordo dalla nascita è circondato da familiari che usano il linguaggio dei segni, lo padroneggerà con la stessa rapidità con la quale un bambino udente utilizza le parole, infatti, se quest'ultimo comincia a esercitare la facoltà del linguaggio articolando delle sillabe (il balbettio) anche il bambino sordo produce un «balbettio» gestuale che presenta un'organizzazione di tipo sillabico.
Altri fattori sorprendenti sono stati riscontrati nei giovani «bilingui», ossia in soggetti utenti i cui genitori sordi usano la lingua dei segni e che sono entrati in contatto fin dalla nascita con due linguaggi.
Il balbettio verbale e gestuale, l'articolazione delle prime parole, l'uso delle regole grammaticali elementari compaiono parallelamente nelle due lingue, il che avviene anche nei soggetti bilingui, ossia in persone esposte sin dalla nascita a due idiomi diversi.
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